Una legge premia gli azzeccagarbugli, meglio la common law
Al direttore - Desidero ringraziarla per il suo intervento sul testamento biologico e per la scelta di animare e ospitare un dibattito a più voci che mi pare un efficace antidoto alla rissa politica permanente nella quale siamo immersi: che si tratti del dramma del Maghreb o di una delicata questione di coscienza, il retropensiero e il punto di caduta finiscono sempre per investire la bottega italiana, le appartenenze di ciascuno, il tafferuglio da scatenare contro la “curva” opposta.
15 AGO 20

Al direttore - Desidero ringraziarla per il suo intervento sul testamento biologico e per la scelta di animare e ospitare un dibattito a più voci che mi pare un efficace antidoto alla rissa politica permanente nella quale siamo immersi: che si tratti del dramma del Maghreb o di una delicata questione di coscienza, il retropensiero e il punto di caduta finiscono sempre per investire la bottega italiana, le appartenenze di ciascuno, il tafferuglio da scatenare contro la “curva” opposta. Personalmente, non trovo affatto convincente il punto di fondo del disegno di legge all’esame delle Camere. Intendiamoci: quel testo, peraltro corretto nel corso dell’iter parlamentare, è forse migliore (o meno peggiore) di come lo descrivono i suoi oppositori più accesi, ma, a mio personale avviso, resta insoddisfacente almeno per tre fondamentali ragioni, temo difficilmente superabili.
Primo. Ma davvero serve una legge? Da molti anni, vado riflettendo sul fatto che forse il vero bipolarismo (trasversale agli attuali schieramenti) è tra chi vuole una legge in più e chi una in meno, tra chi vuole un intervento dello stato in più e chi uno in meno, tra chi vuole un allargamento della sfera di decisione pubblica o collettiva e chi invece preferirebbe un irrobustimento della sfera di decisione individuale e privata. Personalmente, ritengo sempre più desiderabile la seconda opzione: vale per l’economia tanto quanto per le libertà personali. Da anni, un intellettuale coraggioso come Alain Finkielkraut ci spiega che una società libera non è un “accumulo di diritti” (diritto a questo, diritto a quello…). Questa impostazione ha già avuto un peso, a mio avviso negativo, su una parte della nostra Costituzione (diritto alla casa, diritto al lavoro, e così via: solennemente proclamati, e ovviamente irrealizzabili, in quei termini). Ora l’errore più grave sarebbe quello di trasferire questo “metodo” anche in altri ambiti: quando invece il tema non sarebbe quello di chiedere un “diritto” codificato in più, ma una facoltà in più, o un divieto in meno, o un intervento pubblico in meno.
Secondo. Sarò forse condizionato dalla mia ammirazione per gli Stati Uniti, ma proprio questa vicenda mi persuade sulla maggiore efficacia del Common law rispetto al Civil law. I sistemi di Common law hanno il vantaggio di curvarsi sul caso concreto, di aderire alle specificità di ogni singola vicenda. Al contrario, nei sistemi di Civil law come il nostro, assistiamo a una sequenza di paradossi: esiste una valanga di norme scritte, eppure ne manca sempre qualcuna (per quanto la produzione legislativa sia immensa, non potrà mai incasellare preventivamente tutti gli infiniti casi della vita reale), e quindi, alla fine della partita, si riapre lo spazio dell’interpretazione giurisprudenziale, ma purtroppo con un ulteriore fattore di incertezza e di arbitrarietà. La sottosegretaria Roccella, in teoria, ha ragione quando ammonisce contro i rischi di una “giurisprudenzializzazione” della vicenda: ma forse sottovaluta il fatto che, se fosse approvata la legge in esame, i margini di contesa giudiziaria aumenterebbero ulteriormente, a partire da inevitabili dispute dinanzi alla Corte costituzionale, accompagnate da una prevedibile e belluina rissa politica.
Terzo. Resta la questione di fondo, evidenziata dal suo editoriale di lunedì. Una volta che si chiama in causa la volontà individuale (che giustamente vale rispetto al rifiuto di un intervento chirurgico, di un farmaco salvavita, dell’uso del respiratore), perché questa non deve più valere rispetto all’idratazione e alla nutrizione artificiale? Lo scriveva lei e lo spiegava benissimo Sandro Bondi: se è un testamento, va rispettata la volontà di chi lo firma. Altrimenti, che testamento è?
Il mio auspicio personale è che ci sia spazio per un supplemento di riflessione da parte di tutti. E’ assolutamente normale e appartiene alla fisiologia delle grandi democrazie occidentali il fatto che, dentro ciascuno dei due maggiori partiti, convivano sensibilità e culture diverse, da quelle laico-liberali a quelle più connotate in senso confessionale. Agli uni e agli altri si richiede pragmatismo, rispetto vero per le opinioni altrui, capacità di saltare vecchi steccati ormai estranei alla sensibilità della stragrande maggioranza dei cittadini, sia di quelli credenti sia di quelli laici. Ci proviamo?
Primo. Ma davvero serve una legge? Da molti anni, vado riflettendo sul fatto che forse il vero bipolarismo (trasversale agli attuali schieramenti) è tra chi vuole una legge in più e chi una in meno, tra chi vuole un intervento dello stato in più e chi uno in meno, tra chi vuole un allargamento della sfera di decisione pubblica o collettiva e chi invece preferirebbe un irrobustimento della sfera di decisione individuale e privata. Personalmente, ritengo sempre più desiderabile la seconda opzione: vale per l’economia tanto quanto per le libertà personali. Da anni, un intellettuale coraggioso come Alain Finkielkraut ci spiega che una società libera non è un “accumulo di diritti” (diritto a questo, diritto a quello…). Questa impostazione ha già avuto un peso, a mio avviso negativo, su una parte della nostra Costituzione (diritto alla casa, diritto al lavoro, e così via: solennemente proclamati, e ovviamente irrealizzabili, in quei termini). Ora l’errore più grave sarebbe quello di trasferire questo “metodo” anche in altri ambiti: quando invece il tema non sarebbe quello di chiedere un “diritto” codificato in più, ma una facoltà in più, o un divieto in meno, o un intervento pubblico in meno.
Secondo. Sarò forse condizionato dalla mia ammirazione per gli Stati Uniti, ma proprio questa vicenda mi persuade sulla maggiore efficacia del Common law rispetto al Civil law. I sistemi di Common law hanno il vantaggio di curvarsi sul caso concreto, di aderire alle specificità di ogni singola vicenda. Al contrario, nei sistemi di Civil law come il nostro, assistiamo a una sequenza di paradossi: esiste una valanga di norme scritte, eppure ne manca sempre qualcuna (per quanto la produzione legislativa sia immensa, non potrà mai incasellare preventivamente tutti gli infiniti casi della vita reale), e quindi, alla fine della partita, si riapre lo spazio dell’interpretazione giurisprudenziale, ma purtroppo con un ulteriore fattore di incertezza e di arbitrarietà. La sottosegretaria Roccella, in teoria, ha ragione quando ammonisce contro i rischi di una “giurisprudenzializzazione” della vicenda: ma forse sottovaluta il fatto che, se fosse approvata la legge in esame, i margini di contesa giudiziaria aumenterebbero ulteriormente, a partire da inevitabili dispute dinanzi alla Corte costituzionale, accompagnate da una prevedibile e belluina rissa politica.
Terzo. Resta la questione di fondo, evidenziata dal suo editoriale di lunedì. Una volta che si chiama in causa la volontà individuale (che giustamente vale rispetto al rifiuto di un intervento chirurgico, di un farmaco salvavita, dell’uso del respiratore), perché questa non deve più valere rispetto all’idratazione e alla nutrizione artificiale? Lo scriveva lei e lo spiegava benissimo Sandro Bondi: se è un testamento, va rispettata la volontà di chi lo firma. Altrimenti, che testamento è?
Il mio auspicio personale è che ci sia spazio per un supplemento di riflessione da parte di tutti. E’ assolutamente normale e appartiene alla fisiologia delle grandi democrazie occidentali il fatto che, dentro ciascuno dei due maggiori partiti, convivano sensibilità e culture diverse, da quelle laico-liberali a quelle più connotate in senso confessionale. Agli uni e agli altri si richiede pragmatismo, rispetto vero per le opinioni altrui, capacità di saltare vecchi steccati ormai estranei alla sensibilità della stragrande maggioranza dei cittadini, sia di quelli credenti sia di quelli laici. Ci proviamo?
di Daniele Capezzone